Lonigo, Restauri arte e cultura

LONIGO RESTAURI, ARTE E CULTURA a cura dell'Amministrazione comunale

Forse si sta avverando la triste profezia di Nietzsche: arriverà il momento che la civiltà occidentale dovrà fermare la sua corsa ed esausta dichiarare che non ci saranno più nuove opere d' arte. Grecia, Roma, Cristianesimo hanno dato in tutti i campi una tal messe di opere, partendo dalla premessa che il bello è una creazione dello spirito, che possono dichiarare chiuso il loro momento storico. Chiaro che l'uomo dell'Occidente continuerà ad avere case, pareti o tele dipinte, marmi lavorati ma avranno solo 10 scopo di essere utili, funzionali, vantaggiosi. È questo il momento, secondo Nietzsche, che 10 spirito si ripiega su se stesso, impossibilitato a generare medita su quello che ha generato, scopre il passato, 10 gode, fa di tutto perché non vada perduto. Ecco la giustificazione filosofica dei restauri e pure di tutto quell' amarcord di pessimo gusto che ingombra, turba la vita dell'uomo moderno. Lonigo, città d'arte, non poteva sottrarsi al compito che oggi la cultura impone: conservare il passato e prepararlo a vivere per gli anni futuri quando, tra informatica ed elettronica per l'arte, almeno com'era intesa nel passato, non ci sarà pia posto o non avrà il posto che le veniva assegnato nella vita dello spirito. Non che tutti siano d'accordo su questo infausto presagio. Scriveva un poeta spagnolo: "Finché al mondo ci sarà una bella donna, sempre ci sarà poesia" e così finché l'uomo tornerà a dire" bello o brutto" sempre sarà possibile vedere rinascere l' arte.
Ma, lasciando queste dispute tra filosofi, è innegabile che tra i tanti delitti che l'uomo compie contro la natura e contro la storia affiori un senso vago o terribile di colpa e un desiderio di riparazione e di riscatto. Fino agli anni Cinquanta l'homo italicus distruggeva, con il fine palese di poter ricostruire o rifare meglio, e così cancellava gli affreschi di Giotto per far posto alla pittura barocca. Ora, e forse è qui la voglia di riscatto, 10 considererebbe un sacrilegio. Ma per tornare a Lonigo che dire dei leoniceni dell'Ottocento che attaccarono i buoi per demolire il convento e la chiesa di San Marco e lasciare libero lo spazio per il Duomo? E le mura e le torri? Mangiate, sbriciolate, distrutte. Oggi però si devìa il traffico pesante perché il Torrione, uno degli ultimi resti del Castello, abbia una serena vecchiaia e rimanga con noi il pia a lungo possibile. Da quando a Lonigo ha avuto inizio, pur tra tante incomprensioni, questo rispetto per le sacre memorie del passato? Direi che il punto di partenza piccolo, sia pure per diventare infine un fenomeno generale, è sempre la Rocca Pisana, quel tempio acropolico che vigila Lonigo dai quattro punti cardinali.
Qui l'indimenticabile Rosetta De Lazara Pisani per ben due volte si è messa a restaurare la Rocca che i De Lazara Pisani avevano lasciato andare in abbandono. Aveva delle idee tutte sue sul restauro che poi oggi non collimerebbero con le varie Sovrintendenze, certo è che la Rocca per Lei divenne una reggia degna di ospitare il Re di Svezia e i principi di sangue. Si dice che la presa di coscienza del patrimonio artistico è sempre dovuta alla catalogazione. Non si può amare chi non si è prima conosciuto. E qui, senza peccare di immodestia, direi che pur senza esserne la causa, infatti "sic erat in rebus", hanno molto giovato i due libri da me scritti per la Banca Popolare Agricola di Lonigo che si completeranno con questo terzo volume in modo da formare una ideale trilogia.
Il primo era dedicato al Teatro Comunale di Lonigo, il secondo alla Lonigo artistica e monumentale.
Avrei voluto vedere se con quel libro sul Teatro Comunale qualcuno si fosse messo a dire, come accadeva in passato, che era meglio demolire piuttosto che restaurare il fatiscente Teatro! E questo pure per palazzi, palazzetti, chiese, capitelli e tanti altri oggetti d'arte di Lonigo! E pure a rendere coscienti i leoniceni del loro patrimonio artistico valsero le tre Mostre: la prima nella Sala Convegni e dedicata alle tavolette degli ex voto della Madonna dei Miracoli, la seconda allestita nella Chiesa vecchia col tema "La Madonna nell'arte leonicena" e infine la terza al piano nobile di Palazzo Pisani e sotto il titolo: "Arte in terra leonicena".
Di fatto con queste tre mostre era il patrimonio artistico di Lonigo che per la prima volta veniva presentato nel modo giusto e valorizzato al punto giusto. Nei suoi interventi per le inaugurazioni delle Mostre la Sovrintendente dott. Filippa Gaudioso Aliberti sottolineava che le rassegne delle pale d'altare delle chiese leonicene avevano 10 scopo di promuovere il loro restauro, fatto che si è puntualmente verificato per la Chiesa vecchia, ora diventata un piccolo Museo della pittura veneta del Settecento.
Un libro sui restauri leoniceni sarebbe stato facile e gratificante: bastava solo passare in rassegna quanto era stato fatto o, meglio, come era mutato il volto storico e artistico di Lonigo in un decennio.
Si è preferito riportare i vari interventi scritti perché la freschezza di una scoperta, di un ritrovamento, pur ingenerando qualche contraddizione, è pia vicina al lavoro di restauro e al ricupero di un monumento e di un dipinto. E ancora si è pensato che non valeva la pena di documentare fotograficamente le fasi di un restauro per approdare alla resurrezione finale: tocca alle Sovrintendenze fare questo lavoro ovviamente a spese loro. Meglio dunque presentare la cerimonia, ossia il concerto, che il Comune ha voluto solennizzare con la sua presenza, l'avvenuto salvataggio di un' opera d' arte, di un edificio, di una chiesa.
È chiaro poi che un libro come questo non poteva permettersi il lusso di citare tutti i palazzi e le case di Lonigo che i proprietari hanno voluto ricuperare o restaurare. Prendiamo ad esempio il cosiddetto Palazzo dell'Accademia, sconciato da una inopportuna vetrina ed ora ritornato alle eleganti proporzioni settecentesche. Uno studio sull'edificio e sul suo ancora misterioso autore poteva essere opportuno, ma qui si sono voluti privilegiare gli edifici e le opere di pittura o scultura che sono la storia di Lonigo o meglio sono la sua tipicizzazione storica.
Perciò, partendo dalla Rocca, il discorso è passato alla Villa San Fermo e ai tanti problemi del restauro e della conservazione di quello che resta nell'Abbazia, ossia la chiesa, i chiostri e la villa.
Per una strana coincidenza il grande Salone delle feste, affrescato da Mosè Bianchi, e riportato quasi al fasto originario, è venuto ad assumere il ruolo del Teatro Comunale, chiuso per i lunghi lavori di ricupero. È noto che il Teatro Comunale non fu solo il tempio della lirica e della prosa ma sede di tutte le manifestazioni civiche e pure politiche.
Assai più modestamente ma pur con una rigorosa dignità culturale il Salone ha ospitato commemorazioni, concerti e dizioni poetiche. Quasi ad indicazione di "proteatro comunale", nel Salone è tornato il Giuseppe Verdi del "Ballo in maschera", opera che un secolo prima (1892) aveva inaugurato la sala del Carraro. E, scendendo da San Fermo, il primo documento religioso di Lonigo non poteva essere che l'Arcipretale o Chiesa Vecchia salvatasi si può ben dire per miracolo dopo la costruzione dell'imponente Duomo. Salva ma gravemente offesa e con il patrimonio pittorico in grave stato di degrado.
Questo capitolo del volume passa dall' edificio, all' analisi accurata dei dipinti ed infine alla Mostra e ai concerti che tanto hanno contribuito alla valorizzazione dell'edificio sacro. Diverso il problema della Madonna dei Miracoli perché implica pure la questione del Rinascimento leoniceno, proveniente da Montagnana, nel cui Duomo lavorarono Lorenzo da Bologna e Alvise Lamberti da Montagnana. Il graduale ricupero del celeberrimo portale, della Cappella del Miracolo e infine della grandiosa pala dell' altare maggiore di Francesco Montemezzano, con il ciclo di affreschi che l' accompagna, si conclude con il concerto che l'Amministrazione Comunale ha voluto tenere nel famoso Santuario per solennizzare pure il restauro del Campanile, del Quattrocentesco Convento degli Olivetani e l'avvio del Piccolo Museo delle Tavolette ex voto.
Abbiamo sempre sostenuto che il secolo d' oro, dal punto di vista economico, per Lonigo è stato l'Ottocento. Ovvio dunque che un discorso su Villa San Fermo e sul Teatro Comunale avrebbe prima o poi coinvolto il Duomo.
Considerato alla fine dell'Ottocento come il perfetto revival del romanico veronese, poco alla volta la critica lo ha declassato ad espressione dell' eclettismo fine secolo, salvo poi a ricredersi, e a giudicarlo nei suoi valori storici. Più che di restauri nel Duomo si può parlare di alcuni importanti ricuperi quale la gran macchina lignea dell'organo, capolavoro degli intagliatori del legno con deliziosi interventi pittorici. E con il Duomo il vicino Palazzo Pisani, porta della città e futura sede del Museo Civico, entra con la piazza nel dialogo dei monumenti più importanti. Il discorso della piazza coinvolge quello della Sala Convegni sede di importanti mostre e tavole rotonde sui problemi leoniceni e infine di ottimi concerti di musica lirica e da camera.
Qualcuno potrebbe obiettare che la celebre Fiera di Lonigo non dovrebbe entrare nei nostri discorsi ed invece l' aggancio culturale c' è sempre stato, anche se preponderante è sempre stato l' aspetto socio-economico.
La conclusione ovviamente della nostra rassegna non poteva non avvenire che con due spettacolari e clamorosi ricuperi: la Villa Pisani a Bagnolo di Andrea Palladio e il Teatro Comunale su cui la città si è impegnata allo spasimo. Nella Villa di Bagnolo abbiamo assistito ad un meticoloso "scuci e cuci" per analizzare su ogni muro l'idea palladiana, la sua realizzazione e le manomissioni o addirittura gli stravolgimenti avvenuti nei secoli.
Comprendiamo che per una località avere una villa di Palladio è sempre stato motivo di prestigio, ma il guaio era che a Lonigo ben poco si poteva capire di quello che Palladio voleva o non voleva. Ora, che i lavori sono finiti, la villa trova la sua piena giustificazione nel Palladio reduce dal primo viaggio romano e dall' impressione ricevuta dagli spazi interni delle Terme e pure attento alle fabbriche mantovane di Giulio Romano. Per il Teatro Comunale, il cui ripristino è durato più di un decennio, ad esito finale non si può che dire bene ed infatti al Teatro è stato riservato l'ultimo capitolo che presenta anche una guida per capire meglio questo ultimo teatro all'italiana in terra vicentina.
Habent sua fata libella: ossia ogni libro ha la sua storia o meglio il suo destino. Il destino di questo è forse quello di ricordare ai leoniceni un decennio e più di vita culturale e artistica della città, non per crogiolarsi nella gloria del passato, ma per prepararsi agli impegni del futuro che non sarà certo nelle nostre mani. L' auspicio è soprattutto valido per il Teatro entrato nel suo secondo secolo di vita che si prevede, per gusti e aspirazioni, del tutto diverso da quello che l'ha preceduto.
Il recente Convegno sul Teatro Comunale (27 marzo 1993) ha indicato che un Teatro non è più il tempio dell' opera o della prosa, della danza o del cinema, ma uno spazio polivalente aperto a tutte le manifestazioni della cultura. Uno sguardo al passato perché nulla si costruisce fuori dalla storia, ma apertura verso l' avvenire purché sempre illuminati dalla luce della ragione e non dall' arbItrio e dalle mode passeggere. Secondo poi la regola di vita di Lonigo ed è detto tutto

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